Marco Cevoli: tradurre 3 milioni di parole all’anno con Qabiria

Traduce documenti tecnici, siti e software

Spunti utili:

  • Come Marco ha trovato il cliente “balena” che lo aiuta a fare volumi molto interessanti
  • Con che spirito partecipa agli eventi di networking e aggiornamento (e come li sceglie)
  • Come ha preso un lavoro da 15000€ grazie a un blog post
  • Come, in generale, esplora nuove nicchie di mercato
  • La sua attività di formatore per altri traduttori: in particolare sul fronte organizzativo e di business

Questa conversazione illuminante è con Marco Cevoli, socio di Qabiria: una piccola agenzia di traduzione tecnica con sede a Barcellona.

Inizialmente, l’abbiamo conosciuto come autore di “Il traduttore insostituibile” (disponibile anche in paperback).

Il libro è una guida che aiuta i traduttori a riflettere sulla loro specializzazione e posizionamento nel mercato, con esercizi pratici alla fine di ogni capitolo.

Trattando di argomenti molto simili ai nostri non abbiamo potuto fare a meno di intervistare telefonicamente Marco. Questa è la fedele trascrizione della nostra conversazione.

Il tuo lavoro… spiegato alla zia!

La nostra prima domanda è sempre: “spiega il tuo lavoro come faresti con la zia sorda alla cena di Natale”

Il mio lavoro consiste nel tradurre testi da una lingua all’altra.

Quindi qualcuno mi porta un manuale in inglese e io lo riscrivo in italiano.

In realtà alla zia dovrei spiegare anche che traduco sempre meno e che mi limito a correggere e a organizzare il lavoro degli altri, ma direi che questa spiegazione in una riga si avvicina molto alla vera natura del mio mestiere.
“Da qualche anno a questa parte, io e Sergio Alasia, l’altra metà di Qabiria, cerchiamo di tradurre sempre meno, distribuendo le traduzioni a vari collaboratori fidati, concentrandoci invece sullo sviluppo dell’attività”.

Bene, invece se tu fossi a una conferenza di traduttori e dovessi spiegare quello che fai, cosa diresti?

Direi che sono il titolare di un’agenzia di traduzione che si chiama Qabiria, con la “Q”, che quest’anno compie 10 anni di attività. Per noi è una discreta soddisfazione essere riusciti a sopravvivere per tutto questo tempo.

La nostra non è la tipica agenzia di traduzione generalista che accetta qualsiasi incarico, ma con gli anni ci siamo specializzati in software e applicazioni per smartphone, materiale di marketing e documentazione tecnica.

Preferiamo non toccare alcuni settori al di fuori delle nostre corde, come la medicina, le traduzioni legali, la letteratura, etc.

L’inizio da dipendente fino al licenziamento

Raccontaci brevemente di come sei partito e come sei arrivato fin qui.

In verità non nasco traduttore. Mi sono laureato in Lingue all’Università Cattolica di Brescia e da una quindicina di anni abito in Spagna, in Catalogna per la precisione (in questo momento storico è meglio essere precisi).

Mi sono ritrovato in questo settore abbastanza per caso.

Mentre studiavo un master in design e produzione multimediale, facevo traduzioni per raggranellare qualche soldo. Avevo il CV su un portale online, grazie al quale venni chiamato da una multinazionale che mi assunse per lavorare come correttore e traduttore dallo spagnolo e dall’inglese verso l’italiano.

Rimasi all’incirca quattro anni a tradurre, correggere e successivamente a organizzare il reparto traduzioni della sede di Barcellona.

Traducevo e correggevo letteratura tecnica, cioè i manuali in dotazione alla rete di officine autorizzate di un marchio del gruppo Volkswagen.

L’esperienza è stata veramente valida perché, a differenza delle agenzie di traduzione tradizionali, in questa potevo assistere a tutto il processo di creazione dei manuali. Quest’agenzia infatti aveva un garage dove arrivavano le auto, che poi venivano smontate e fotografate, i redattori scrivevano i manuali che noi infine traducevamo.

E poi come hai fatto il salto da dipendente ad autonomo?

Dopo circa quattro anni, ci sono state delle ristrutturazioni in azienda e io sono stato licenziato.

È stato un momento chiave. Io da tempo meditavo di andarmene, e il licenziamento (senza giusta causa, va detto) fu la spinta di cui avevo bisogno. Incassai la buonuscita e investii una parte di quei soldi nel progetto Qabiria.

Un licenziamento ti provoca sempre un certo malessere, ovviamente. Ricordo che parlandone con un amico, ricevetti il seguente consiglio:

“Non ti preoccupare, il licenziamento è comunque un cambiamento, stappa una bottiglia e festeggia!”

Lì per lì rimasi un po’ perplesso, però decisi di dargli ascolto e feci un brindisi al cambiamento.

Sarà stata una cosa un po’ scaramantica, non lo nego, però ora farei davvero fatica a tornare indietro.

Intraprendere una carriera da imprenditore è stata senz’altro una delle decisioni più fortunate della mia vita.

Nel mio stesso reparto lavorava un altro ragazzo italiano, Sergio, con cui poi ho fondato Qabiria.

Siamo stati circa 6, 7 mesi in gestazione, a pensare un po’ al progetto, scrivere il business plan.

All’epoca eravamo in tre: io, Sergio e un terzo socio fondatore, Carlos, che uscì quasi subito dalla società per dedicarsi ad altro.

Marco Cevoli e Sergio Alasia: le due colonne portanti di Qabiria 🙂

I primi clienti da esperienze passate

Aspetta ti fermo un attimo, durante questi mesi di gestazione avevate qualche cliente che vi portavate dietro da prima?

Sì, all’inizio giocammo un po’ con un duplice vantaggio, nel senso che Sergio uscì dall’azienda un paio di mesi dopo che me ne andai io, quindi tutti e due stavamo vivacchiando con il sussidio di disoccupazione. Avevamo entrambi un minimo di sicurezza economica per poter organizzare le cose per bene.

Carlos era già libero professionista e nel frattempo lo aiutavamo con qualche progetto.

Fu lui a portare i primi clienti.

C’era anche un altro elemento importante, in retrospettiva un ottimo strumento di marketing: nei quattro anni precedenti io avevo rappresentato l’azienda all’interno di un’associazione di settore, una piccola Confindustria della traduzione, per capirci.

Era la tipica attività di rappresentanza che nessuno voleva fare.

Quindi mandavano me a queste riunioni, due o tre volte all’anno, forse anche meno spesso.

In realtà erano incontri di networking molto interessanti: a quegli eventi ebbi l’occasione di conoscere tantissimi titolari di società di servizi linguistici della Spagna. All’inizio dell’attività di Qabiria naturalmente andai a trovarne alcuni (quelli più vicini) e contattai via mail tutti gli altri.

Queste conoscenze ci servirono per avere subito un elenco di clienti, anche se alcuni solo potenziali.

Bello, quindi i primi anni siete partiti così, avevate già questa rete di clienti…

Sì, siamo partiti con alcuni clienti di Carlos, altri clienti nuovi nostri, qualche curriculum e brochure mandata in giro…

Un altro fattore che ci aiutato molto è stata la consulenza che ci ha fornito un ente preposto all’imprenditorialità presente sul territorio. Ci siamo incontrati tre o quattro volte, in cui ci hanno aiutato ad analizzare meglio il progetto che avevamo in mente, a creare il business plan e a stilare una pianificazione economica dell’attività.

È stato un processo di accompagnamento davvero utile. Ti dico solo che continuiamo a usare uno dei fogli Excel creati in quell’occasione per tenere sott’occhio le vendite…

Il salto di livello… con il cliente balena

Ma poi come avete fatto il salto?

C’è un momento specifico in cui avete visto il fatturato crescere significativamente?

Sì. Sul fatturato viviamo sempre un po’ sul filo del rasoio, nel senso che per una piccola attività come la nostra, un incremento sostanziale della percentuale di fatturato vuol dire semplicemente trovare uno o due clienti buoni che mandano lavoro costante durante l’anno.

Mi ricordo che anni fa ne parlavo anche con l’ex responsabile amministrativo della multinazionale in cui lavoravamo. Quando gli raccontavo i nostri numeri, lui mi disse: – Beh, insomma state andando benino, ma vi manca il cliente “gold” che vi faccia fare il salto di qualità!

Fortunatamente, alla fine del 2011 abbiamo avuto la fortuna di trovare questo cliente “gold”. Si tratta di una grossa azienda di soluzioni software che subappalta le traduzioni a vendor esterni. Questa agenzia infatti vende una piattaforma tecnologica che “estrae” i testi da tradurre, ma poi le traduzioni vengono inviate a varie altre aziende. A noi mandano le traduzioni verso l’italiano.

Questa piattaforma, e la società che ci sta dietro, si chiama Smartling. Posso farne il nome, perché all’inizio dell’anno la relazione fra Qabiria e Smartling è stata oggetto di notizia sul loro blog: ci hanno infatti assegnato un premio come uno dei collaboratori che ha tradotto più parole per loro, tra tutte le loro agenzie fornitrici.

Insieme ad altre due, siamo tra quelli che hanno tradotto e corretto oltre 3 milioni di parole in un anno.

Detta così, soprattutto per chi non è del settore, è una cifra che lascia un po’ il tempo che trova.

Ma bisogna considerare che un traduttore professionista traduce circa 3000 parole al giorno, per cui tradurne 3 milioni, corrisponde a uno sforzo già significativo.

Ecco, la svolta per noi è stata quella. Per essere scelti fummo sottoposti a un sistema di selezione abbastanza rigido, con richieste di referenze, prove da sostenere, etc.

Il tutto preceduto da un attento esame del mio curriculum vitae e di quello di Sergio.

All’inizio eravamo proprio io e lui che ci incaricavamo di tutta la produzione, sia delle traduzioni che delle revisioni, incrociate (io correggevo i lavori di Sergio e viceversa).

Poi pian piano, è cominciato ad aumentare il volume delle richieste, per cui abbiamo dovuto trovare dei collaboratori. Ad oggi, mandano volumi di lavoro importanti, le cifre di cui ti ho detto.

Fortunatamente abbiamo trovato altri clienti, sia diretti che altri intermediari.

Siamo riusciti ad equilibrare il fatturato, anche se Smartling rappresenta ancora una fetta considerevole. Siamo in una posizione di rischio, insomma, perché tutti i “libri” dicono che non bisogna dipendere da un solo cliente.

Tuttavia, io e il mio socio ci siamo guardati in faccia e ci siamo detti: “Finché dura andiamo avanti”.

Nel momento in cui questo cliente decidesse di chiudere il rubinetto, dopo tanti anni abbiamo le risorse per trovare alternative.

Certo, l’ideale sarebbe bilanciare il portfolio quando la situazione non è critica.

E infatti questa è l’idea che stiamo portando avanti dall’anno scorso:

smettere di produrre direttamente, trovare dei collaboratori a cui delegare la parte produttiva, per poterci concentrare sulla parte di sviluppo del business, trovare nuovi clienti e dedicarci ad altri progetti paralleli.

Clienti come Smartling, noi li chiamiamo “clienti balena”. Come l’avete trovato?

Sembra incredibile, ma con una semplice autocandidatura registrandomi sul loro sito!

Uno dei pochi consigli che mi sento di dare, soprattutto a chi lavora in ambiti legati alla tecnologia come il nostro, è quello di cercare di restare sempre aggiornati su tutto quello che si muove nel settore.

Oggi è abbastanza facile, ad esempio con i feed RSS: ti abboni a qualche rivista o a qualche aggregatore, fai un po’ di ricerche mirate, insomma non è complicato restare aggiornati.

All’epoca mi accorsi che era nato questo servizio e semplicemente mandai il curriculum.

Niente di più, il tipico caso in cui ci si trova nel posto giusto al momento giusto.

Come noi avrebbe potuto mandare il curriculum qualunque altra persona.

Scelte di posizionamento nel mercato

All’epoca eravate già posizionati su software, siti e altro?

Io e Sergio abbiamo un profilo un po’ ibrido.

Il traduttore, solitamente anche chi è titolare di un’agenzia, il più delle volte ha un background linguistico, con studi letterari o filologici,

oppure proprio di traduzione, ma a livello tecnico è spesso leggermente carente.

O almeno questa è l’esperienza che abbiamo vissuto noi negli ultimi anni.

Si tratta quasi sempre di persone ferratissime dal punto di vista linguistico, però quando si tratta di affrontare problemi tecnici incontrano qualche difficoltà.

Tant’è vero che l’idea di fondo di Qabiria, all’inizio, non era quella di tradurre, cioè di posizionarsi come agenzia di traduzione tradizionale, bensì offrire consulenza sugli aspetti tecnici della professione, cosa che in parte abbiamo sviluppato e in parte abbandonato.

Abbandonato perché comunque il panorama degli LSP, i Language Service Provider, è strutturato in questo modo:

  • ci sono i mom and pop business, cioè marito e moglie, più uno o due collaboratori massimo. Questa è la stragrande maggioranza delle agenzie di traduzione e di solito non hanno né risorse economiche né la sensibilità per pagare qualcuno per farsi insegnare le questioni tecniche;
  • poi ci sono i grandi gruppi come le multinazionali, dai 500 dipendenti in su che hanno già al loro interno persone che si occupano di risolvere le questioni legate alla tecnologia;
  • quindi il mercato si limiterebbe alle piccole realtà a metà strada, le piccole e medie imprese che hanno la sensibilità per capire che sono carenti dal punto di vista tecnico e che avrebbero anche le risorse per pagare corsi o un consulente.

Soltanto che non ce ne sono poi così tante.

Quindi ci siamo posizionati come formatori per altri traduttori, perché ci sono tanti freelance che hanno voglia di rimanere aggiornati. Così, in collaborazione con università e centri studio, abbiamo offerto sessioni di formazione, di solito brevi, sugli aspetti più tecnici della nostra professione.

Nota a parte: durante l’intervista non ne abbiamo parlato, ma per saperne di più su questi corsi visitate il sito di STL Formazione, con cui Qabiria collabora abitualmente: http://stl-formazione.it/

Se non la conosci ancora, STL è una bella realtà che organizza corsi di formazione per traduttori, sia in aula che online.

Gli eventi di persona: a quali andare e con che aspettative

Ora arriviamo a una delle domande più importanti… come trovate nuovi clienti?

Passaparola a parte, avete altri canali?

Nel 90% dei casi i clienti sono arrivati tramite passaparola.

Chi riusciamo a conoscere di persona tramite eventi di networking, congressi o fiere poi è molto più propenso a lavorare con noi.

Quindi il consiglio è… partecipate a eventi, fiere e fate networking in generale?

Sì, anche perché altrimenti il traduttore che trascorre tutto il giorno davanti al computer senza uscire mai di casa rischia di finire sulle pagine di cronaca nera…

Noi a un certo punto ci siamo quasi autoimposti di andare ad uno dei mille eventi che si organizzano qui a Barcellona. Chiaramente, il fatto di essere in una città cosmopolita, molto attiva e molto aperta all’imprenditorialità, ci aiuta tantissimo.

Qui ogni giorno c’è qualcosa.

Qualcosa nell’ambito del vostro mondo?

Non necessariamente. Ecco, l’altro consiglio che mi sento di dare è di cercare di essere gli unici traduttori in sala.

Per carità, sono molto utili anche gli incontri per traduttori, ma per altri motivi. Se si vuole vendere, o meglio, conoscere potenziali clienti, è molto meglio essere gli unici ad offrire un determinato servizio.

Ad esempio, noi tendiamo a frequentare eventi per programmatori e altri più generici sul business.

Volevo chiederti giusto degli esempi perché magari la cosa che viene più naturale è andare ad un meetup di altri traduttori.

No, non ci andare! Mi spiego meglio.

A un incontro di traduttori si va per capire un po’ come funziona il settore, che aria tira. In questo senso è molto utile anche aderire a un’associazione di categoria, soprattutto per chi è freelance.

Come dicevo prima, noi siamo sempre stati un ibrido. Fin da subito ci siamo costituiti come una società a responsabilità limitata, ma in realtà siamo rimasti due freelance. Perciò non sapevamo mai se associarci alle associazioni di traduttori o quelle di aziende!

Eravamo troppo piccoli per le aziende, ma già strutturati, a differenza di tanti traduttori autonomi.

Anche esserci nel virtuale è molto utile:

Noi ad esempio abbiamo lavorato quattro anni come project manager di un’agenzia americana grazie a una risposta su un forum di discussione che all’epoca frequentavo regolarmente.

Quindi, se ho capito bene, la mentalità giusta è quella di non andare mirati, con l’obiettivo di portarsi a casa del lavoro.

Ma di farlo regolarmente e se ogni tanto capita bene

Con che aspettative vai a questi eventi o partecipi ai forum?

Io ci vado sempre con l’aspettativa di imparare qualcosa, con molta umiltà.

L’ultimo evento a cui sono stato spiegava tecniche per stimolare la creatività in azienda.

E tu, giustamente, potresti chiedermi: “Che cosa c’entra col tuo lavoro?” Secondo me c’entra, anche se non ha risvolti pratici proprio immediati.

La questione è che sono restato lì un paio d’ore, insieme a una quarantina di persone, alcune del territorio, altre che vivevano un po’ più lontano. Il docente era un professionista con ottime qualifiche, che ha lavorato all’estero, è stato il primo redattore dell’edizione digitale di uno dei quotidiani più importanti di Barcellona…

Insomma, una persona con un curriculum interessante. Ecco, per quanto lontano dal mio campo, ho imparato senz’altro nuove cose, poi ho fatto networking, scambiato biglietti da visita. In questo senso, è importante ricordarsi di fare un minimo di follow-up nei giorni successivi, il prima possibile, meglio entro le 24 ore, altrimenti la gente poi si dimentica di te.

E magari da quel contatto nasce qualcosa, a volte qualcosa è nato.

Certo, non stiamo parlando di ritorni incredibili, non è che tutte le volte che vai a una conferenza o a un seminario trovi un cliente, però intanto ti porti a casa qualcosa a livello di conoscenze e qualche biglietto da visita che, magari, può nascondere un’opportunità.

Un lavoro da 15.000€ preso grazie a un post del blog

L’altra cosa di cui volevo parlare era il tuo sito.

Ho letto un po’ di articoli sul vostro blog e una storia in particolare mi ha colpito: quella del grosso lavoro “preso online”

Sì, certo… l’aneddoto, un felice aneddoto, con un finale ancor più lieto.

L’anno scorso siamo stati contattati tramite il modulo di contatto del sito da un’università giapponese.

Inizialmente il messaggio era un po’ quello della truffa nigeriana “buongiorno, sono la segretaria del Dottor X e avrei bisogno di…”

Sai, ti arriva un messaggio da un’università dal Giappone che non sai neanche se esiste, chiedendoti un lavoro che, fatti due conti, risulta essere a quattro zeri, e ti dici: “Mmmh, attenzione…”

Adesso non ricordo esattamente la cifra, ma era un lavoro tra i dieci e i quindicimila euro, che per noi è una cifra ragguardevole.

Quindi siamo rimasti un po’ disorientati.

Invece poi è venuto fuori che effettivamente si trattava di un ricercatore americano presso questa università che aveva bisogno di tradurre in inglese una serie di documenti, estratti di libri di matematica e di fisica di fine ottocento dall’italiano, dal tedesco e dal francese.

È stato un progetto molto interessante, innanzi tutto perché abbiamo dovuto trovare traduttori esperti in quel campo, e non è per niente facile, in quanto erano articoli di fisica teorica, non proprio alla portata di tutti.

Inoltre i testi erano quasi tutte scansioni da libri antichi, quindi c’è stata anche una parte di conversione da PDF e poi di formattazione nel formato richiesto, che era il formato LaTeX.

LaTeX è un formato speciale di impaginazione che si usa spesso in ambito accademico e ingegneristico, con il quale avevamo una certa familiarità, in quanto avevamo già tradotto alcuni progetti per un paio di altri clienti.

Tuttavia questo lavoro di creazione da zero dei documenti andava oltre le nostre capacità.

Ma si è verificata una congiunzione astrale favorevole: la nostra tirocinante stava studiando con un ragazzo esperto proprio di questo sistema.

Gli abbiamo chiesto se ci poteva dare una mano ed effettivamente, ci ha aiutato lui ad impaginare tutte le traduzioni.

Abbiamo chiesto un anticipo all’università per minimizzare il rischio, il lavoro è andato in porto e sono rimasti molto soddisfatti. Gli abbiamo chiesto come avessero fatto a trovarci e ci hanno detto che digitando su Google “traduzione LaTeX”, compariva uno dei nostri articoli del blog.

Questo ti fa capire che ci sono, non dico delle praterie, ma tante nicchie ancora da sfruttare che possono essere molto redditizie.

Quindi subito dopo abbiamo scritto un altro paio di articoli sull’argomento.

E infatti grazie anche agli articoli successivi, dopo qualche mese è arrivata un’altra richiesta, non legata all’ambito universitario, ma questa volta farmaceutico. Purtroppo, per altre ragioni quel progetto non è andato in porto. Ma ci ha fatto capire che è la strategia giusta da seguire.

Ora come ora ci piacerebbe che il nostro sito diventasse un contenitore di articoli rivolti non tanto ai colleghi e agli esperti del settore, come era in passato, ma ai potenziali clienti, quindi con testi scritti dal punto di vista di chi compra traduzioni, non di chi le fa.

Un po’ come dicevo per gli eventi, il discorso è lo stesso, bisogna uscire dal proprio orticello…

Naturalmente, è molto più facile scrivere per una persona simile a te, considerandola come possibile target. Mentre scrivi pensi: “se interessa a me, interessa anche al mio collega”.

E sì, certamente, a lui interessa, però ti sei mai posto la questione se interessa anche a qualcuno che viene dall’esterno e che, alla fin fine, è colui che ti paga?

Su questa linea, ultimamente, abbiamo pubblicato un paio di articoli sui linguaggi controllati.

Adesso non sto ad aprire la parentesi, ma è un argomento che dovrebbe suscitare un certo interesse in chi scrive o pubblica manuali tecnici.

Apriamola questa parentesi, perché può essere utile a chi leggerà.

Puoi chiarire cosa sono i linguaggi controllati?

Sono contesti in cui la parola esatta è molto importante e non devi usare sinonimi con leggerezza?

Come Marco esplora nicchie di mercato

Sì, in un certo senso. I linguaggi controllati sono particolari varianti delle lingue standard, che vengono semplificate per essere immediatamente comprensibili in situazioni di rischio.

Non per niente nascono nell’ambito dell’aeronautica.

Da lì si sviluppano e vengono poi usati anche in altri settori. Limitando il numero di verbi e delle regole sintattiche si ottiene una lingua più facilmente comprensibile, che dà meno adito a malintesi ed errori.

Insomma, si incastrano bene anche con la traduzione, perché più una frase è semplice più è facile da tradurre, anche con strumenti di traduzione automatica.

Ora mi interessa molto questo passaggio, tu hai “annusato” che questa dei linguaggi controllati potrebbe essere una nicchia interessante.

Come ci sei arrivato?

Leggendo un po’ in giro e tenendomi aggiornato, come ti dicevo prima.

Da lì in poi entra di nuovo in gioco la questione networking.

Una collega, conosciuta a un convegno, è esperta proprio di controlled languages, così l’abbiamo fatta intervistare da un’altra nostra collaboratrice, a cui prima abbiamo fatto scrivere un articolo introduttivo sull’argomento.

Se da tutto questo nascerà qualcosa, te lo saprò dire nei prossimi mesi…

Lo stesso procedimento l’abbiamo seguito con l’industria dei droni.

È un settore di cui si parla molto, ci possono essere opportunità di traduzione, perché ci sono tantissime aziende che girano intorno a quest’industria dei droni, ad esempio i fabbricanti di telecamere o chi produce gli apparecchi stessi, etc.

È un settore molto specifico, con terminologia che deriva da vari ambiti, aeromodellismo, aeronautica, telecomunicazioni, etc.

Per questo motivo abbiamo deciso di creare un glossario specialistico e l’abbiamo offerto gratis sul sito.

Qualche collega si è un po’ stupito: “Ma come? Hai fatto la fatica di compilare un glossario e poi lo regali?”

Ma noi crediamo molto nella condivisione della conoscenza.

Mettiamo a disposizione di tutti un glossario, ed è vero che qualche traduttore concorrente ne potrebbe trarre beneficio, ma allo stesso modo magari lo può scaricare un dipendente di una società che lavora in quell’industria… che in seguito potrebbe contattarci per una traduzione. Fra chi ha creato un glossario e chi l’ha soltanto scaricato, tu chi sceglieresti?

Spunti su prezzi e preventivi

Veniamo a un argomento sempre caldo: prezzi e preventivi.

Qual è il tuo approccio?

Hai qualcosa da condividere al riguardo?

Guarda, la traduzione storicamente è un’attività invisibile. Io e il mio socio siamo tra quelli che ritengono impossibile educare clienti in questo senso.

Chi ha bisogno di traduzioni, di solito ne ha bisogno o perché è obbligato per legge oppure perché è obbligato dalla circostanza dei fatti.
In quest’ultimo caso, ha già condotto un ragionamento a monte: ha bisogno di esportare in un certo paese e dunque ha bisogno dei contenuti in una certa lingua.

Di solito non gli interessa affatto sapere come funzionano i nostri strumenti, non gli interessa sapere come calcoliamo noi la tariffa, se a parola, a riga, a cartella, a carattere…

Gli interessa conoscere il prezzo dei documenti che ha sulla scrivania.

Ah! Tranquillo questo è un fatto comune a tante altre professioni!

In fondo è naturale che sia così. Il cliente ti cerca per ottenere dei risultati, non per curiosità su come lavori…

Esattamente… quindi secondo me il traduttore dovrebbe sgombrare un po’ la mente da tutti i tecnicismi e proporre dei preventivi chiusi con un bel prezzo forfettario.

Altri clienti, invece, arrivano già più “sgamati” e ti chiedono il prezzo a parola.

E magari sanno anche dell’esistenza di programmi di traduzione assistita, che consentono di abbattere il conteggio complessivo delle parole…

Non è il cliente ideale, diciamo, quelli che vorreste trovare immagino…?

È abbastanza indifferente, noi siamo molto trasparenti con i prezzi. Continuiamo a presentare preventivi con il prezzo a parola.

Un prezzo chiuso, opaco, è meno attaccabile rispetto ad un prezzo a parola dove compri tot parole a tot centesimi l’unità.

Però finora non abbiamo mai avuto grossi problemi in quel senso.

Qual è il vantaggio di non vendere a parola ma fare dei pacchetti?

L’unico modo per spuntare tariffe più alte quando si vendono traduzioni è non vendere soltanto questo servizio.

Mi spiego: se tu riesci a vendere il servizio di traduzione all’interno di un pacchetto che comprenda la redazione, la SEO, tutto quello che serve al tuo cliente per esportare il prodotto all’estero, alla singola voce “traduzione” puoi assegnare la cifra che vuoi.

Se leggi anche nei gruppi di traduttori sui social, c’è sempre qualcuno che dice: “Ah, io ho venduto a delle cifre…” che se rapportate alla cifra standard a parola sembrano un’enormità.

Il triplo delle tariffe medie, o addirittura 10 volte tanto.

Allora ti chiedi: “Ma come hanno fatto?”

E poi, se scavi un attimo, ti rendi conto che non vendono più solo la traduzione in inglese, in francese o in italiano, ma vendono servizi di consulenza sui testi in lingua.

Hanno un pacchetto di consulenza in cui magari questa persona ci mette dentro anche una serie di sessioni via Skype uno a uno con il cliente, o la revisione degli originali o qualsiasi altro servizio aggiuntivo.

Voi siete già riusciti a sperimentare su questo fronte?

No, non l’abbiamo fatto perché non abbiamo clienti che ce l’hanno richiesto. Probabilmente però è il passo successivo che ci attende per fare un ulteriore salto di qualità.

Su questo, bisogna avere anche un po’ di attitudine a presentarsi in questo modo, trasformarsi da “umili” traduttori a consulenti rampanti.

Nello spettro che va da trasparente ad opaco, noi siamo sempre stati dalla parte della trasparenza… Quindi mi risulta un po’ difficile impacchettare il servizio di traduzione con altri, i cui contenuti a volte sono un po’ sfuggenti.

Dici che certe volte non è legittimo quello che ci mettono dentro, ma è solo per annebbiare?

Questo discorso di pacchettizzare l’offerta… funziona meglio se hai a che fare con persone che ti richiedono la traduzione come servizio accessorio e saltuario, ma se si tratta di un’azienda grossa che ha bisogno di tradurre milioni di parole l’anno, ecco, di solito queste sanno benissimo cosa stanno per comprare e difficilmente accettano altri tipi di ragionamenti.

Ci sono colleghi che si sono posizionati come consulenti linguistici o consulenti per l’internazionalizzazione e quindi la traduzione diventa soltanto una voce di un lungo elenco.

Loro accompagnano le aziende in Sud America o in Asia e offrono interpretariato, traduzioni di documenti, svolgimento di pratiche burocratiche, organizzazione di incontri, etc. Ovviamente per le singole traduzioni prendono molto di più rispetto a quello che prenderebbero se le estrapolassimo dal contesto.

Formazione tecnica per altri traduttori (libro incluso)

Prima hai accennato al fatto che fate formazione per altri traduttori e so che hai anche scritto un libro sul posizionamento per traduttori.

Puoi spiegare meglio queste attività?

Con il passare del tempo, ci siamo resi conto di aver accumulato un bagaglio di conoscenze sotto forma di articoli, corsi, presentazioni, interviste varie.

Allora abbiamo creato un corso su come scrivere un curriculum vitae da presentare alle agenzie di traduzione, che ha riscosso abbastanza successo.

Poi abbiamo pensato di allargare un attimo il campo, parlando di specializzazione, di posizionamento, mettendo per iscritto tutti quei materiali che avevamo un po’ sparsi in giro.

Il libro “Il traduttore insostituibile” (disponibile anche in paperback) è nato come supporto e ampliamento di quel corso.

Devo dire che ha avuto un discreto successo ed è servito anche quello a posizionarci non solo come traduttori ma anche come formatori.

Ci ha dato una buona visibilità.

È la stessa operazione che avevamo realizzato qualche anno prima con il libro dedicato a OmegaT, il programma di traduzione assistita che usiamo già da molti anni.

In questo caso lo sforzo è stato molto superiore, perché abbiamo dovuto scrivere il testo completamente da zero. E non ha avuto così successo, perché l’argomento è molto più di nicchia.

Tuttavia, pur non avendo riscosso un grande successo di vendite la Guida a OmegaT ci ha aperto le porte presso varie università. È stato adottato come libro di testo in vari corsi e questo ci ha riempito di soddisfazione.

Andiamo all’ultimo punto, quello dell’organizzare il lavoro e i tempi.

Perché ho visto che con STL tieni corsi anche su questo, sul project management.

L’importanza del gestionale

Sì, esatto. Già da qualche anno, tengo corsi sia in azienda che online, sulla gestione dei progetti di traduzione.

Niente di trascendentale, però rientra in quello che ti dicevo prima del profilo tipico del traduttore: quasi sempre ha buone competenze linguistiche, ma né dal punto di vista tecnico, né dal punto di vista del business, è preparatissimo.

Quindi quando noi iniziamo a dirgli cose come:

  • guarda che il processo di traduzione è costituito da queste fasi;
  • in questa fase dovresti fare questo, questo e questo, magari seguendo questa checklist;
  • e poi esiste questo strumento per il controllo qualità e quest’altro per la conversione dei file…

Ecco, quando cominci a dare questi input, questo genere di corso risulta molto utile a chi fino a un momento prima si preoccupava soltanto degli aspetti legati alla lingua. È il motivo per cui continuano a chiederci questo corso sia le associazioni di traduttori che le aziende direttamente.

Per lasciare chi ci segue con un consiglio, su questo fronte hai qualcosa di utile da condividere?

Il mio consiglio, sia per i freelance che per le aziende di servizi linguistici, è quello di dotarsi fin dall’inizio di un sistema, di un programma con cui organizzare i progetti.

Noi siamo partiti fin dal primo giorno di attività con uno di questi programmi. All’inizio ne utilizzavamo uno open source, adesso ne utilizziamo uno proprietario, ma a prescindere da questo, se non avessimo avuto un gestionale affidabile in più di un’occasione ci saremmo persi.

Non saremmo sopravvissuti con un semplice foglio Excel o con degli appunti sparsi, insomma.

Oggigiorno ne esistono un’infinità. Basta saper scegliere. I “verticali” per il nostro settore sono molti meno, ma si possono comunque percorrere due vie: scegliere un programma generalista e poi adattarlo al nostro settore, o sceglierne uno specifico che ha già tutte le funzioni necessarie.

Ad esempio che software usate voi?

Al momento noi usiamo TranslationProjex, che ha un ottimo rapporto qualità-prezzo, ma ce ne sono davvero tanti. Non a caso, uno dei servizi che offriamo è proprio un pacchetto formato da un’ora di consulenza più un foglio di calcolo per la selezione ragionata del programma più adatto ad ogni esigenza.

Fra i tanti, ce n’è uno che offre una versione gratuita per freelance, chiamato Protemos che apparentemente funziona molto bene.

Non l’ho usato a fondo, quindi non posso mettere la mano sul fuoco, però a uno che inizia direi di dare un’occhiata a quello.

Okay… direi che per oggi è abbastanza Marco!

Grazie mille per aver ritagliato del tempo dal tuo lavoro per questa conversazione illuminante.

Sono sicuro che i nostri lettori la troveranno utile e interessante.


Alla fine l’hai trovata utile e interessante? 🙂

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